venerdì 26 febbraio 2010
mercoledì 24 febbraio 2010
YOU’RE ON THE ROAD BUT YOU’VE GOT NO DESTINATION
il driver abdul non riesce a stufarsi degli eagles che suonano instancabili le stesse canzoni per centinaia di volte dalla radio della toyota in ogni viaggio da e verso la città
parlo con lui con parole in libertà su vita e morte, governi e esecuzioni capitali, modi di vivere e ritorni a casa
mentre linee bianche vengono calpestate dalle nostre ruote incuranti
e dolci colline di sabbia eterna scorrono al di là del finestrino nella monotonia monocromatica della siccità
chilometri macinati uno dietro l’altro sovrappensiero come succede a troppi giorni della vita
il lusso della modernità ci concede un clima primaverile all’interno di lamiere arroventate da un sole troppo perpendicolare per la latitudine
al benzinaio, ricordatomi del reale clima del paese nel momento in cui apro la portiera do due euro all'immigrato sudanese scampato a chissà quali ennesimi genocidi e lui mi ricompensa con 22 litri di benzina. quando l’acqua costa più della benzina rimangono due opzioni: o impariamo a idratarci con degli idrocarburi naturali o c’è un sottofondo inascoltato di follia che suonerà in una catastrofe più prima che poi
poi mi chiudono dentro al supermercato perchè it’s prayer time. chiuso per preghiera. qui pregare è obbligatorio; se ti pizzicano col negozio aperto durante le ore di preghiera per tre volte ti spediscono in prigione
sono con altri infedeli bianchi in una surreale atmosfera di silenzio
quasi ci sentiamo in colpa a prendere le cose da scaffali al di qua della saracinesca
e comunque più vedo questo mondo
e più mi piace
e più niente mi sembra strano
e più capisco che non è fatto per agenti di cambio e barbie troppo in là con gli anni
e più mi sembra che l’homo sapiens abbia gli stessi bisogni e le stesse aspettative in ogni angolo del pianeta
più vedo questo mondo e più mi convinco che sul palcoscenico della vita ci convinciamo di essere i registi quando non siamo che inconsapevoli attori
martedì 9 febbraio 2010
OVER THE BRIDGE INTO THE DISTANCE
è fresco
il sole è andato giù con la puntualità del tropico
e quindi ci si infila una felpa e si accendono le luci
la corsia dell’hospital è vuota e calma, presagio di bordello imminente
luci al neon dipingono tutto di un’atmosfera fredda ma razionale
un cavallo in colica sta arrivando da riyadh
io sono di turno
e quindi vago per l’ospedale con i miei pensieri in testa
il fido vinud, groom nepalese, è seduto sulla sua sedia dove passa le notti da chissà quanti anni con un’impertubabilità che gli invidio
arriva il cavallo finalmente
prima che il portellone si apra c’è la solita impaziente attesa per vedere che ne è di un cavallo che è stato caricato in colica ore e chilometri fa
è una femmina grigia
ovviamente araba
la guardo scendere, il groom arabo la guida nell’ospedale
frequenza cardiaca, mucose, trc, motilità intestinale bassa ma presente
mmmhh il cavallo sta abbastanza bene
mi tranquillizzo un po’
gli metto una sonda rinogastrica che è un modo scientifico per dire che gli ficco un tubo di plastica in una narice, aspetto che deglutisca per ficcarglielo dritto lungo tutto l’esofago fino allo stomaco per vedere che cosa ha dentro la panza
reflusso fisiologico
dopo aver testato cosa c’è davanti, la procedura prevede testare cosa c’è di dietro e quindi diligente al protocollo medico mi infilo un guanto fino all’ascella e inizio a “esplorarlo”
il groom della thoroughtbred stable entra a questo punto con le cuffie fischiettando attraverso la porta che gli è familiare
è sovrappensiero chissà la musica dove lo porta
poi la sua retina mi mette a fuoco
un mezzo sorriso gli scappa involontariamente sul volto
gli sono simpatico
forse per quella volta che mi sono caricato 18 groom sul van e guidavo come un cretino per ridere con loro o forse perché gli ho chiesto centocinquanta volte da dove viene e il suo nome (e lo chiedo ininterrottamente a tutti i groom della farm) ma dal momento che sono 900 e che la memoria dei nomi non è il mio cavallo da battaglia spesso lo richiedo
e visto che a loro risulta strambo essere degnati di un minimo di attenzione da parte di uno dei bianchi, gli sono simpatico già solo per lo sforzo, poco conta il risultato
stavolta sono con un braccio dentro al cavallo e quindi mi astengo
lui mi dice hi doctor e io faccio uno sforzo per attivare orecchio e attenzione , mentre la mano destra sta cercando di capire quale pezzo di intestino è andato a farsi una passeggiata in un posto che non gli compete, scombussolando le fermentazioni e trasformando un cilindro in un pallone
comincia a parlare di un puledro, durrat, che è un caso che ci da un po’ di preoccupazione
quindi mi preoccupo
comincia a parlare un po’ di hurdu-arabo-inglish
ma soprattutto gesti
mi fa un segno di giugulare gonfia, mi dice blood, mi prende una sincope e penso al catetere uscito, al puledro morto dissanguato e non ultimo a me cazziato per ore
ma la sua faccia è rilassata
il linguaggio dei segni parla più delle incomprensioni linguistiche
il mio punto interrogativo sulla fronte gli fa ripetere la cosa mille volte ma non c’è verso, sembriamo due ominidi appartenenti a due tribù diverse all’alba dei tempi
allora gli dico
guarda ricominciamo
esci, rientra dalla porta e fai finta di non avermi detto niente
lui pensando che io sia veramente uno strano bianco, sta al gioco, sorride, esce entra e mi rifa tutto uguale
ma io continuo a non capire quale sia il problema di durrat e ho una colica da mettere in fluidi, devo capire se è un’emergenza o no
gli dico bad or good (tipo età della pietra)
e lui mi fa good
so what’s the problem ???
sfinito chiama il suo amico che sa l’inglese meglio di lui
si fa tradurre la parolina magica e mi dice bendage
ma vaff…sorrido sollevato, lo copro di una quantità di innocue parolacce in italiano e gli do una semplicissima benda per fissare meglio il catetere.
dopo 10 minuti, controllo internet, passo un po’ di tempo perché voglio controllare la colica come evolve
e sento un rumore di zoccoli al galoppo sull’asfalto
più che un rumore un frastuono
gli yearling, puledri di un anno hanno rotto il recinto del paddock e ora galoppano imbizzarriti per tutta la farm
un disastro
impazziti spaccano rompono cadono eccitati all’inverosimile
la notte allora si divide in turbolente rincorse di cavalli sparsi nel deserto e chili e chili di suture e bendaggi a quelli che, subito persa l’improvvisa libertà, si ritrovano a fare la fila fuori dall’ospedale tutti acciaccati e doloranti
insomma non ci si annoia proprio qui, in al khalediah farm
neanche un attimo
e mentre scrivo queste cose il mio vicino di scrivania al secolo dottor gianluca si impegna a dar da mangiare ai suoi pesci su fishville e forse si scorderà di darlo a quelli veri di pesci, che nuotano del tutto inconsapevoli nella loro bolla d’acqualunedì 8 febbraio 2010
martedì 2 febbraio 2010
AL KHALEDIAH EQUINE HOSPITAL 2210 21.22
tante coliche, tante chirurgie, un sacco di puledri che lottano contro la morte, a volte non ce la fanno a volte inspiegabilmente si, laminiti a valanga, cascate di zoppie, parti parti e parti, tutti rigorosamente notturni, cateterifluiditrasfusioniplasmaendovenascanradiografieortopediariproduzionedistaccodiplacentahabronemiasiulceracorneale
questo ospedale è proprio ganzo
e i cavalli arabi bellissimi, mi fanno tornare la voglia di lavorare con loro,
incredibile, basta essere pagati per il tuo lavoro che la vita torna a sorriderti
maledetta italia dove dobbiamo lavorare gratis per i veterinari che hanno conosciuto solo tempi di vacche grasse e oggi danno per scontato che gli diamo il culo gratis
lo show è stato un sacco di lavoro
sono riuscito a fare l’antidoping anche qui, sia allo show che al race –rigorosamente di cavalli arabi, meno veloci dei purosangue ma ugualmente belli-
d’altra parte silvestrelli ce lo diceva sempre, quando l’obiettivo della selezione è lo stesso, partendo da genotipi diversi, il fenotipo va ad assomigliarsi
lo show è stata una bella occasione per rivedere ominidi simili a me, chiamasi europei
anche se a volte mi sono sentito più vicino ai groom indiani e nepalesi piuttosto che a loro
soprattutto quando ho colto con loro la follia di dipingere con quintali di vernice verde l’erba del viale di ingresso della farm che si ostinava a crescere di un verde non perfetto
oppure quando chiedevo loro da quale farm venissero con i cavalli e loro mi indicavano la direzione con il braccio
mi dicevano la città che magari distava centinaia di chilometri ma sapevano da che parte fosse
spegnete i maledetti tom tom che è meglio
lo show è in bianco e nero, come questo paese
super ricchi e super poveri, sceicchi presenti nelle classifiche di forbes e poveracci che per firmarmi i verbali antidoping facevano una croce perché non hanno mai imparato a scrivere
caldissimo di giorno e freddissimo di notte
deserto ovunque e lussureggianti farm piene di verde
è terra di contrasti
ma io –come dice il mio amico alessandro-
non temo più l’infiltrarsi dell’assurdo nella geometria del buon sensolunedì 25 gennaio 2010
sabato 16 gennaio 2010
RIYADH 24° 38' 26" N / 46° 46' 22" E
è arrivato simone dall’italia
conosce gente da queste parti e mi ha portato a giro con lui
cosi ho potuto uscire dalla farm e vedere un po’ di
finito di lavorare ci siamo buttati sull’autostrada –riyadh è a un’ora di macchina- simone può guidare che ha la residenza qui
io no perché non ho la patente internazionale, claire meno che mai, è una donna, non si può
facciamo a gomitate sulla 3 corsie per cercare di evitare guidatori folli sauditi che cercano di sorpassarti dove la fisica chimica non glielo permetterebbe
aperitivo dalla mamma di quest’amica francese espatriée da 25 anni qui sul tropico del cancro
olive pistacchi ceci e –attenzione- mi chiedono se voglio una birra
mmmhhh mi sembraaava di andare troppo spedito con questo francese, forse è un miraggio verbale
e invece vedendo la mia fronte ancora aggrottata tirano fuori dal magico frigo una scatola verde rotondeggiante e luccicosa con sovrimpresso un nome crucco (pseudogaranzia di qualità)
chiamasi birra
yuuuhhhuuuu
dopodiché vengo trasportato a cena in un compound da amici francesi di simone e claire, elettronici e informatici che lavorano per la società di telecomunicazioni
all’ingresso del compound passiamo la chicane dei muretti rossi e bianchi e le sbarre pandant, quelle per fermare le autobomba, in lontananza si vede il naso lungo del mitragliatore dietro i sacchetti di sabbia, 3 porte blindate e “passport pliis” il policeman chiama l’inquilino per sapere se ha veramente invitato due italiani e una francese
finalmente si entra
sembra un paese, stradine senza macchine e piccole casette moderne in vicoletti stretti,
solo occidentali, immersi in un ghetto al contrario
cena piacevole, barbecue con salsicce incluse alla faccia dei veti nati mille anni fa per questioni sanitarie (trichinella) e illogicamente ancora in vigore senza troppe domande, chiacchere sul mondo, su berlusconi, sui nostri cavalli e le loro antenne innaffiate da vino francese
alle 2 si rimette la prua verso casa, davanti a seres umanos e un bicchiere di vino puoi sentirti a casa ovunque
martedì 12 gennaio 2010
THE KINGDOM 11110 22.55
sarà perchè sono in saudi arabia
sarà perchè i film a holliwood sanno come cazzo farli
sarà perchè sono circondato tutti i giorni dall'idea di petrolio
sarà perché vedo ogni giorno uomini con teli bianchi sulla testa che tanto imitano i capelli lunghi delle donne violate
ma l'altra sera ho visto il film syriana e mi ha commosso
perché è un film dove si capisce che alla fine i bastardi vincono
sempre
che effettivamente è come va la vita
ma che i fessi vincono nella loro casa, nel loro intimo, davanti al loro specchio
e che la vittoria dei bastardi è vera viva e reale
ci compri le case e ci scopi le belle donne
ma che la vittoria dei fessi è più profonda
non ti da da mangiare ma ti permette -quando te la senti- di camminare a testa alta
da qui si vede un mondo che sembra – in apparenza - in contraddizione
occidente e medio oriente
bianchi e arabi
petrolio e tecnologia
religione e scienza
libertà (!?) (di comprare ?) e monarchia
ma forse non è libero l’uomo nepalese che vive qui da 18 anni e fa il groom per 200 euro al mese, lontano dalla sua casa dai suoi odori e dalla sua famiglia
così come non è libero l’operaio del sud italiano il lavoratore precario del call center a zero virgola trentasei centesimi a telefonata
forse è uno sciacallo sanguinario il terrorista che si fa saltare in aria per le strade di Gerusalemme o di kabul o che uccide con il kalashnikov bianchi “pagani” mentre fanno il bagno a jedda
così come è uno sciacallo sanguinario il colletto bianco che vende armi o che produce mine anti uomo lavandosi le mani prima di mettersi a tavola nella ricca bassa padania o nei grattacieli di new york
forse è innocente il soldato a cui hanno ordinato di premere il grilletto, così come è innocente la casalinga che vive come se ci fossero 4 pianeti a sua disposizione
forse vogliono solo metterci gli uni contro gli altri quando in realtà siamo molto più simili di quanto mai abbiamo pensato
forse è tutta un’illusione, ché l’umanità è sempre stata così e quindi sempre lo sarà
ognuno a rincorrere il proprio sogno, troppo indaffarati per guardarsi intorno e capire che siamo tutti sull’orlo di un tempo che non tornerà mai e che quindi non abbiamo –mai- nulla da perdere
il peso del futuro che schiaccia la leggerezza del presente
domenica 10 gennaio 2010
CITTA NEL MARE DI PETROLIO 9110 06.12
eis tan polis
scalo lunghissimo
non luogo aeroporto
dormo su delle sedie che la tolleranza di un designer ha creato senza braccioli rigidi
sento in lontananza una canzone dei paris combo, ascoltati la notte che è cambiato tutto
chissà se era un sogno
bellissimo bambino turco (ossimoro) biondo e occhi azzurri e mamma velata ma modernissima che mi parla inglese
mangia biscotti e gioca in continuazione
attacca a parlarmi turco io lo guardo senza capire, ma con l’occhio malizioso e gli faccio la linguaccia
si scioglie in un sorriso e ricambia l’affronto
flight number tikeiuaneitsixtituu is emboarding passenger at gate number zirouannain
may i have your attention please
altre 3 ore e si decolla di nuovo
mi viene incontro una donna e mi chiede aiuto
cerca un gate e non sa proprio come orientarsi
è facilissimo in realtà, ma io ho tanto tempo, e anziché spiegarglielo le placo l’ansia negli occhi dicendole che ce la porto volentieri
torna a casa, non mi dice che ci fa a Istanbul -impudenza italiana- e al gate 205 lascio Armina che torna a kazan
nella fila per il secondo metal detector, donna velata completamente coperta di tessuto nero
si può esprimere solo con il filo di perle che ha sui polsini e il contorno nerissimo degli occhi
saliamo sul boeing, sono al posto F09 e l’arabo dietro di me comincia a pregare sbattendo violentemente sul mio sedile
poi mi addormento svegliandomi ogni tanto per un annuncio del comandante, una botta del mio vicino di posto o per un sogno e vedo sotto di me un nero che più nero non si può
un mare di buio, sembra petrolio chissà forse lo è - e invece è sabbia deserto dune, vecchie pietre sgretolate dall’escursione termica fino a diventare polvere
e ogni tanto un oasi di luce, una città di luce gialla nel suo rassicurante reticolo di strade perpendicolari tipico delle città senza storia
arrivato a riyadh cominciamo a fare la fila per gli interminabili controlli doganali
qui sono le 3 di notte e ci sono vari uffici con le rispettive code davanti
ma ogni scusa è buona per le guardie per modificare le file
arrivano delle donne e tutti via dalla coda 3 perché diventa riservata a loro
poi nasce l’idea di fare una fila separata per chi è al primo visto e chi no
ogni nuova coda che si forma le persone si sorpassano trascinando bagagli e bambini cercando di avanzare di qualche posto
è come un tetris umano, ma più che funzionale sembra solo un esercizio di potere
mi prendono le impronte digitali, mi fanno la foto e sono pronto ad entrare nel suolo saudita
cristina è appena dietro la porta scorrevole, non posso salutarla, non potremmo neanche stare insieme in macchina ma poi va a finire che –come al solito- la realtà è sempre molto più tollerante e sfaccettata di quella che ti raccontano gli stereotipi sulle culture diverse
martedì 5 gennaio 2010
CI RISIAMO
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