eis tan polis
scalo lunghissimo
non luogo aeroporto
dormo su delle sedie che la tolleranza di un designer ha creato senza braccioli rigidi
sento in lontananza una canzone dei paris combo, ascoltati la notte che è cambiato tutto
chissà se era un sogno
bellissimo bambino turco (ossimoro) biondo e occhi azzurri e mamma velata ma modernissima che mi parla inglese
mangia biscotti e gioca in continuazione
attacca a parlarmi turco io lo guardo senza capire, ma con l’occhio malizioso e gli faccio la linguaccia
si scioglie in un sorriso e ricambia l’affronto
flight number tikeiuaneitsixtituu is emboarding passenger at gate number zirouannain
may i have your attention please
altre 3 ore e si decolla di nuovo
mi viene incontro una donna e mi chiede aiuto
cerca un gate e non sa proprio come orientarsi
è facilissimo in realtà, ma io ho tanto tempo, e anziché spiegarglielo le placo l’ansia negli occhi dicendole che ce la porto volentieri
torna a casa, non mi dice che ci fa a Istanbul -impudenza italiana- e al gate 205 lascio Armina che torna a kazan
nella fila per il secondo metal detector, donna velata completamente coperta di tessuto nero
si può esprimere solo con il filo di perle che ha sui polsini e il contorno nerissimo degli occhi
saliamo sul boeing, sono al posto F09 e l’arabo dietro di me comincia a pregare sbattendo violentemente sul mio sedile
poi mi addormento svegliandomi ogni tanto per un annuncio del comandante, una botta del mio vicino di posto o per un sogno e vedo sotto di me un nero che più nero non si può
un mare di buio, sembra petrolio chissà forse lo è - e invece è sabbia deserto dune, vecchie pietre sgretolate dall’escursione termica fino a diventare polvere
e ogni tanto un oasi di luce, una città di luce gialla nel suo rassicurante reticolo di strade perpendicolari tipico delle città senza storia
arrivato a riyadh cominciamo a fare la fila per gli interminabili controlli doganali
qui sono le 3 di notte e ci sono vari uffici con le rispettive code davanti
ma ogni scusa è buona per le guardie per modificare le file
arrivano delle donne e tutti via dalla coda 3 perché diventa riservata a loro
poi nasce l’idea di fare una fila separata per chi è al primo visto e chi no
ogni nuova coda che si forma le persone si sorpassano trascinando bagagli e bambini cercando di avanzare di qualche posto
è come un tetris umano, ma più che funzionale sembra solo un esercizio di potere
mi prendono le impronte digitali, mi fanno la foto e sono pronto ad entrare nel suolo saudita
cristina è appena dietro la porta scorrevole, non posso salutarla, non potremmo neanche stare insieme in macchina ma poi va a finire che –come al solito- la realtà è sempre molto più tollerante e sfaccettata di quella che ti raccontano gli stereotipi sulle culture diverse

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